diario

#DIDAscalie (ancora maramures)

la gentilezza e la cura delle cose. camicie di una solida bellezza e un velo a proteggerle anche stese ad asciugare.
#didascalie (ancora maramures)

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diario · diario di viaggio · in viaggio con la zia

DIDAscalie dal maramures

 

ultima cena nel maramures.
la signora ci porta pane, una zuppa di verdure di orto e qualcosa di affumicato, carne con le patate. finiamo tutto. poi arrivano loro. due a testa. che no, che non ce la faremo mai, che abbiamo stramangiato, che non li digeriremo, che bastava uno ciascuno, che esagerazione.
son durati cinque minuti.
che quando si tratta di friggere, nel maramures sanno di cosa si parla.
#didascalie

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#didagoestotransilvania -the end-

confine ungheria-austria. prendiamo da dormire qua solo per questioni di stanchezza chilometrica, il nome non ci dice niente. finiamo per caso in una casa di esercizi spirituali con camere monastiche, il letto più comodo mai provato, crocifissi e foto degli ultimi papi (ma wojtyla di più), chiude i cancelli alle dieci e siamo gli ultimi ad arrivare. dal giretto dopo colazione vien fuori un passato doloroso che si racconta e che è l’ultimo regalo di questo viaggio prezioso. sembra joyce si dice. è joyce. qui fa nascere rudolph bloom: papà del leopold dell’ulisse. che andarlo a cercare di proposito non l’avremmo trovato. intanto ho letto le notti bianche. e ci sono meno fiori in giro.
si ritorna.

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#didagoestotransilvania 8

il venerdì si mettono i fiori freschi per la messa della domenica, si decora la porta delle chiese con i rami delle piante che crescono in giro. noi venerdì a pranzo abbiamo mangiato trota fritta, fatto scalini, sentito il profumo dei pomodori maturi come non li avessimo mai annusati prima. nel cimitero allegro, al confine con l’ucraina, c’è un sacco di gente, arrivano le corriere. le croci sono blu e decorate, di chi è mancato si scrive ironie e si dipingono il mestiere e le cose che faceva per diletto: qua anche le maestre muoiono meno se sono dipinte (sul retro della croce questa maestra cucinava). esiste un libro del 99 che ha tradotto le iscrizioni di questo cimitero parlante, dobbiamo aspettare di averlo per ridere anche noi. non essendo arrivato fin qua napoleone, i cimiteri sono dentro i paesi, confinano con le case, con le scuole, con i bar. abbiamo riempito i bagagliai coi sacchi neri di scovazze pieni di kilim con le rose rosse e fucsia, il miele che ci hanno regalato ci farà mangiare ancora fiori quest’inverno, un paio di décolleté giallo senape da metter con la gonna di marithe viaggia con noi da oradea, con le scarpe da tango d’argento, portate in romania ma mai fatte scendere dall’auto.
coda al confine con l’ungheria, ritorna il fuso orario che ci dice che è quasi la fine del viaggio. abbiamo aspettato buoni. viaggiare in auto rende le separazioni più sopportabili: si elabora il lutto del distacco con i chilometri e il tempo. ho finito due libri. siamo arrivati in un qualche posto in una pianura sconfinata, nessuno parla inglese ma un gulash e una birra non si negano a nessuno dopo 8h di viaggio.
non sono ancora arrivata a casa e ho già in testa altri posti dove andare. posso mettere una foto al giorno da qui a natale 2025, spero di aver anche abbastanza parole.
drum bun!

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#didagoestotransilvania 7

non credo di essere mai entrata in tante chiese, una più bella dell’altra, in un giorno solo. spiritualità che ci ha messo in pace. arrampicarsi su scalette per metter il naso più vicino alle volte e poi tornare giù contrari, che 9 su 10 manco un gradino e mi schianto ai piedi del pope.
i cimiteri sono giardini, con piante grandiose e alberi da frutto, così diversi dal rigore marmoreo dei nostri. camminare sulle prime foglie gialle cadute, ci ha silenziato e fatti perdere, ognuno coi suoi pensieri, fino a ritrovarci nello stesso posto, senza dirselo. sono i posti giusti dove andare a riposare per sempre, sotto una quercia secolare che oggi mi son solo abbracciata per un po’.
ci hanno aperto chiese di legno, preziose come scrigni segreti, senza aver chiesto, senza aver visto nessuno, essendo però evidentemente visti. tutti hanno anticipato domande, desideri e richieste, fermato il traffico, gestito parcheggi e manovre, tradotto, consigliato visite, fatti entrare oltre orari perché siamo arrivati lunghi. ci hanno spiegato affreschi di artisti senza nome, aperto case bellissime con muri rossi e telai in produzione, spalancato cancelli per farci sistemare le auto. hanno spiegato cose in lingue che nessuno capiva, capendo tutto. abbiamo camminato su kilim con le rose che ci hanno dato ragione nel nostro persistere a mettere insieme rosso e fucsia.
non dev’essere sempre facile la vita in questi paesini, credo ci voglia una forza atavica (anche fisica), un adeguamento alla natura, al suo silenzio immobile, ai suoi ritmi e alla sua violenta prepotenza che non saprei neanche dove trovare. con l’egoismo del visitatore spero (inutilmente) resti sempre così.
non sono partita da casa leggera, tutt’altro. qui ho avuto dei giorni di una leggerezza che non riuscivo neanche ad immaginare di potermi permettere di nuovo. ho ritrovato una parte di me che sembrava esser stata assassinata. la romania è una medicina dolcissima, come i papanasi, i krapfen, le frittelle fatte espresse in roulotte a bordo strada, la marmellata sul pane a colazione solo dopo aver mangiato pomodori, cetrioli e un polpettone tiepido.
dalla prossima settimana ritorno in trincea, con grandi provviste per l’inverno. mi scopro formica solo travestita da cicala.