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confidenza di domenico starnone

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riscopro gli italiani, ne ho letti pochi e solo con slanci improvvisi e momentanei, non sono mai nella mia lista. non sono mai tra le mie voglie. starnone adesso e veronesi prima mi hanno fatta tornare. si legge in poco, a me son bastati i due aerei per spb e mi è pure avanzato tempo per guardare cosa faceva, leggeva e che serie guardava il capitano di altro aereo seduto alla mia sinistra, quello che (sorrisoni e inglese perfetto) mi ha detto che non è sempre facile atterrare in russia. starnone sa scrivere come si deve e butta (mi piace pensare a caso) grandi verità sull’amore, sull’insegnare, sulla vita a due quando non c’è più la passione dei primi anni, sui rapporti che durano dai banchi di scuola ai matrimoni con altre persone, nonostante non ci sia più un contatto quotidiano (ma neanche mensile), quelli che son legati solo da un filo sottile di seta resistentissima che da nessuna delle due parti si ha intenzione di non curare più o di tenere meno teso. è scritto benissimo e questo
varrebbe anche senza la storia dove ci si riflette a tratti come in uno specchio appena pulito.
[il pilota guardava suits e scriveva scriveva scriveva su sfondo nero che mi ha impedito di poterci capire qualcosa]

una volta alla settimana consigli di lettura con #ladonnadelladomenicalegge

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io sono la bestia di andrea donaera

passatempo preferito: stalkerare giovani autori emergenti, colti, affascinanti e affabulatori.
IO SONO LA BESTIA è un libro duro, d’amore e sangue e andrea donaera un autore di una ricchezza rara, poeta che scrive, pure nel romanzo, in endecasillabi.
il figlio del boss si lancia dal settimo piano. storia raccontata da 4 voci: due maschi e due femmine o tre ragazzi e un uomo. il registro linguistico fa la differenza e rende, con il dialetto, quel 1994 di pieno potere della “sacra” in puglia. la ricerca e il desiderio di amare qualcuno e quello di salvarsi la vita si mescolano “alla retrocessione allo stato di bestia, al grado zero dell’essere umano”. consigliatissimo se non vi piacciono i libri tiepidi. se andrea donaera capita dalle vostre parti per presentare il libro non fatevelo scappare.
#ladonnadelladomenicalegge

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il piatto piange di piero chiara 1962 (del 1974 il film)


stentata la partenza con il gioco e le carte, poi dal ritrovamento del cavallo è un’immersione completa in anni che restano tragici e mitici insieme. i personaggi son sempre al limite per diventare macchietta ma i finali delle varie storie riescono a salvare tutti. dopo l’ultima pagina sono andata a cercare quello che mi ero segnata, le sottolineature colorate dell’e-book, nelle prime righe “nei paesi la vita è sotto la cenere” ho trovato la chiusura del romanzo. le famiglie di industrialotti che hanno il potere economico e fisico, i professionisti con doppia identità che credono di nascondere e che poco si abbina al camice bianco o al panciotto con la cipolla nel taschino (il divano sfatto, macchiato, “abituato” e il tappo nel pavimento), gli arraffini, i furbi e le donne: “perfino le donne hanno una storia di viaggi e di avventura da raccontare”. immagini trovate con fellini in amarcord, ne la chiave e (senza irriverenza) in paprika (tinto brass a parte le tette ha fatto delle scenografie pazzesche), le divise nere a battere i piedi con più o meno convinzione vera, la carrozza delle nuove ragazze del casino di mamma rosa che sfila per le strade per annunciare novità. il casino dove tutti andavano e tutti facevano finta di non andare. l’amore aspettato, inseguito, finito, pensato, mitizzato con tempi che son lontani ere intere dai miei ma che tutti abbiamo provato. l’onore, il sangue, i soprusi, i morti, il dolore, la disperazione per non esser riusciti a salvare o salvarsi. il 1943, quando si fa sul serio, si prende posizione, si va sulle montagne e si muore, nel burrone, lungo il versante nord del san martino, con le scarpe gialle che pochi avevano ai piedi.
#didascalie #ladonnadelladomenicalegge

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don camillo di giovannino guareschi

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don camillo fa parte dei ricordi filmici della mia infanzia, insieme a frankenstein junior che però mi faceva ridere di più. quel gesù che parlava poco nel film, nelle pagine (che mai avrei pensato di leggere) parla sempre e mi ha fatta sorridere bonariamente, di un’ironia vecchio stampo, di un compagnuccio di scuola di quelli buoni e senza malizia. la politica morbida, quella di due schieramenti che vogliono fare la stessa cosa giusta, ma per strade diverse, fa sospirare per un’illusione politica binaria, felice e utopica. nelle biblioteche non si trova, è arrivato con un prestito interbibliotecario in una copia vecchia e scassata delle sansoni, collana “leggere a scuola” da una sezione ragazzi. alla fine ne ho acquistate due copie e regalate alla biblioteca del mio paesello a ridosso della bassa friulana e a quella dove lavora mia sorella, un po’ più in giù, verso il mare, se dev’essere un classico che sia presente in tutto il suo carattere. di guareschi e di don camillo ho foto a brescello e un ricordo gastronomico epico, di un ristorante storico a poche centinaia di metri dal po dove fanno il culatello. sul po ci sono poi andata a piedi, nel silenzio di una giornata che per quel fiume era placida, a vedere i danni che aveva fatto qualche mese prima, i pioppi sradicati, il pericolo che solo ho potuto immaginare. dopo i tortelli alla zucca con gli amaretti, la matrona seduta immobile alla cassa, mi ha raccontato di anna falchi che è passata di lì per un film, della principessa margareth che per anni era passata da lei per i miei stessi tortelli e di guareschi che nella camera al piano di sopra si era rifugiato per scrivere proprio don camillo. alla fine l’ho letto tutto e mi è piaciuto: una vita dura di un’epoca fa, di valori immensi e assoluti, di rispetto perso adesso per cose e soprattutto persone. non sono riuscita neanche per una pagina a staccare le lettura dalla dittatura delle immagini. #ladonnadelladomenicalegge

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una solitudine troppo rumorosa di bohimil hrabal 1965


non sono neanche 100 pagine ma ho fatto una dannata fatica a finirlo per il senso di pesante oppressione che mi ha buttato addosso. l’ho letto perché consigliato da uno scrittore che stimo: Alberto Schiavone.
“da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri”. impacchetta la carta con una pressa e cerca di dar, a quella materia da mandare al macero, un’ultima dignità estetica con le copertine di certi libri o stampe di immagini buttate. raccogliendo in 35 anni i libri che si dovevano salvare, ha trasformato la sua povera casa in un santuario colto, togliendosi materialmente (ma non solo) gli spazi per vivere. angosciante, per la storia con la s maiuscola che si vede sullo sfondo a praga e per la sua personale, di solitudini, perdite, cose non dette e miseria. non lascia indifferenti, non ha possibilità di farlo, ma ha provocato il sentimento che mi mette in croce, che faccio di tutto per evitare, che mi fa più paura di tutti: l’angoscia. finito, ripensato, pagine violente e di sofferenza. il saggio introduttivo è di giorgio pressburger che ricordo sempre con piacere per ironia, stile e disponibilità, in giro per presentazioni nelle sale friulane. #didascalie

“il tuo cervello non è nulla più che pensieri pressati da una pressa meccanica.”