diario

era lo stesso maggio di pioggia di più di 20 anni fa, non me lo ricordavo e poi alla radio parte silvestri con le cose in comune.
fortuna poter ricordare di aver portato sul lago un libro su marsilio ficino e non avere mai dato l’esame di estetica.
fortuna poter ricordare con la tenerezza grande che rimane dopo che il passar del tempo ha fatto evaporare amore, passione e lacrime.
fortuna averle ancora certe cose.

sono questi i momenti in cui so di esser diventata grande anche se mi sento addosso ancora quei 25 anni.

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lo straniero di albert camus

stamattina ho finalmente letto lo straniero di camus. uno di quei libri da leggere per forza. stracitato in tanti altri libri che ho amato. la solitudine come l’essere straniero, nella forma più pulita, cristallina, analitica, forse non consapevole, nella folla e in se stessi.
doloroso. come se questo gennaio avesse bisogno ancora di dolore.

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etty hillesum, diario 1941-1943

hillesum_ultima_cartolina_postale

ultima cartolina scritta scritta da etty, deportata ad auschwitz

[…] sai cosa mi dà la nausea? la tua mezza franchezza, la tua mezza enfasi. certe volte ho paura di chiamare le cose per nome: forse perché non rimarrebbe più niente, allora? le cose devono essere chiamate per nome, e se non reggono a questa prova allora non hanno il diritto di esistere. spesso si cerca di salvarle con una sorta di misticismo. il misticismo deve fondarsi su un’onestà cristallina: quindi prima bisogna aver ridotto le cose alla loro nuda realtà.

etty hillesum, diario 1941-1943

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discorso di fine anno a reti unificate

quest’anno è stato quello del relativizzare.

[premessa (perché il resto sarà più leggero e divertente) è che qualsiasi cosa mi è capitata è solo fuffa al confronto dei problemi veri e faccio il tifo solo per una persona]

mi son schiantata sul 2018 con tutta la forza raccolta nel 2017. chi corre sa che più veloce vai, più ti fai male se ti schianti. così è stato. mi son imbarcata in un’impresa che, alla fine, non ho nessuna voglia di portar a casa come risultato o premio. vincere questo maledetto, inconcluso concorso equivarrebbe a rovinarsi la vita, a lasciar i bimbi e passare alle carte, ridursi il tempo per uno stipendio che non vale come quello di altre dirigenze dello stato e che non mi cambierebbe sostanzialmente le economie. un vampiro che succhia tempo. non son state le alzatacce alle 5 per mesi e le domeniche chiusa in casa a studiare, l’estate passata bianca e chiusa in cucina, ma l’atteggiamento di stato e ministero verso la questione che mi ha fatto perdere ogni voglia di arrivare. un iter che doveva concludersi in sei mesi è ancora in alto mare dopo più di un anno, senza niente di certo e di CHIARO.
fare la maestrina dalla penna rossa (io scrivo però con pennarellino turchese) non è affatto male come lavoro, tanto che non dico mai vado al lavoro. chéri me lo fa notare sempre, vuol dire tanto.
ci sarà tempo per pensare a cosa vorrò fare da grande.

ho chiuso un ciclo con una classe, la più dura di sempre, con qualche mamma che mi ha fatta a pezzettini dall’alto della propria posizione intellettuale, culturale e accademica.
sono stata bravissima a star zitta.
ho chiesto di andare via e sono stata accontentata. l’aria nuova mi ha sempre fatto bene. ricomincio da zero. inutile incancrenirsi.

ho chiuso con persone. non per come sono loro ma per come fanno trasformare me. per come mi fanno sentire sempre incazzata qualsiasi cosa dicano.

è stato l’anno della presa di coscienza politica. della vergogna di aver in parlamento a rappresentarmi gente come quello che chiamano il capitano e che nessun bambino dei miei (di sei anni) eleggerebbe mai capitano di nessuna squadra. vergognatevi se avete detto o anche solo una volta pensato prima gli italiani, se avete detto male O ANCHE SOLO PENSATO insulti o dichiarazioni certe perché vi sentite dalla parte della ragione, del BRANCO più feroce, al ragazzo fuori dal supermercato che vi chiede l’€ del carrello perché voi pagate le tasse e lui poteva stare a casa sua. e poi andate a messa mi raccomando.

ho letto pochissimo.
sono ingrassata. ho corso 300 km in meno dello scorso anno. ho avuto delle crisi di nervi da diva di hollywood che non ha l’acqua minerale giusta in camerino.
ho parlato poco e scritto meno. ho deciso di chiudere il blog, mi piange il cuore ma mi par inutile mantenerlo in piedi, non lo legge nessuno e l’era dei blog è finita. sto rileggendo i post dal 2006 ripercorrendo anni lontani e vedo quanto sono cambiata, anche nel modo di scrivere. ad aprile, il 30, giorno del suo compleanno l’idea è di farlo sparire.

le fughe a giulianova e bologna, immersione in vitalità e curiosità, tipo cocoon, le persone conosciute online e materializzate sempre di più fino ad abbracciarle.

che il 2019 vada piano.
che il 2019 ci vada piano.

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l’avana, un delirio subtropicale di mark kurlansky

l'avanaconsigliato da augias e preso a scatola chiusa. una storia svelta e curiosa della città scritta da chi per trentacinque anni ci ha bazzicato. si legge rapido e per chi c’è stato (sempre troppo poco) innesca collegamenti con tutto quello che si è visto. c’è poco fidel e poco che, la politica è affrontata in maniera molto leggera, fin troppo. c’è tutta la mafia americana e le auto, il baseball e i cubani, quelli sì, tutti, coppelia indimenticabile, il malecon,  il papa, fragole e cioccolata e tutti gli autori che dopo cuba son passati anche davanti agli occhi che adesso scrivono. piacevole, da pennica su divano dopo le mangiate di natale. più intrigante per chi c’è stato, meno per chi la sogna come ultimo baluardo comunista.

il blog è poco scritto e poco movimentato. penso sia meglio chiudere un percorso e con lui il blog. mi piange il cuore, ma i tempi cambiano anche le persone, oltre a tutto il resto. non ha più grande senso mantenerlo in rianimazione, deserto e obsoleto.