diario · libreria · libri di lettura

etty hillesum, diario 1941-1943

hillesum_ultima_cartolina_postale

ultima cartolina scritta scritta da etty, deportata ad auschwitz

[…] sai cosa mi dà la nausea? la tua mezza franchezza, la tua mezza enfasi. certe volte ho paura di chiamare le cose per nome: forse perché non rimarrebbe più niente, allora? le cose devono essere chiamate per nome, e se non reggono a questa prova allora non hanno il diritto di esistere. spesso si cerca di salvarle con una sorta di misticismo. il misticismo deve fondarsi su un’onestà cristallina: quindi prima bisogna aver ridotto le cose alla loro nuda realtà.

etty hillesum, diario 1941-1943

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serotonina di michel houellebecq

parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine


l’ideale sarebbe mantenere la serotonina a un livello corretto […] abbassando il cortisolo, magari aumentando un po’ la dopamina e le endorfine, così sarebbe perfetto. 

offerto e accolto come libro evento dell’anno. dopo 4 anni da sottomissione. dopo aver letto tutto quello che ha scritto e averlo amato. amato in vari periodi della mia esistenza, con maschi cui giravo intorno che erano usciti dalle sue pagine, tali e quali, senza parlare francese ma tali e quali. ai tempi i suoi erano i libri che regalavo di più proprio a quei maschi che non hanno mai avuto cervello sufficiente per capire che le pagine erano loro, per loro. probabilmente non li hanno neanche letti i miei regali. come peraltro io non ho letto i loro.


serotonina si legge, come si legge tutto di lui. il suo capolavoro non è questo. sono le particelle elementari ad essere indimenticabili come ogni novità che arriva e che ti trovi addosso senza poter dire niente o far qualcosa per impedirlo.

serotonina è l’autobiografia diluita di un parigino che non ha bisogno di lavorare grazie ad un’eredità, che ha tempo per flagellarsi, per pensare, per riempirsi di antidepressivi che hanno più pregi che controindicazioni. ha la fortuna di potersi ritirare in una solitudine/terra di nessuno dove tutto è concesso e dove riesce a trasformarsi in invisibile, scaltro e scafato osservatore o guardone. il sesso vario e variegato non dà niente di più alla narrazione. stava tutto in piedi già da solo, quasi che l’elemento che ha dato fastidio (ma era determinante) nei romanzi precedenti dovesse essere necessariamente inserito di forza come tratto e segno distintivo.

il libro si divide a metà, la seconda parte merita la lettura. il miglior personaggio non è il protagonista ma un suo amico dei tempi del liceo che sceglie di fare l’allevatore nella tenuta nobiliare del padre, nonostante la possibilità di una vita più semplice e comoda. affronta e soccombe, ma ci prova. miglior figura non protagonista il dottore.

lettura parallela al film il gioco delle coppie  (maledetti traduttori di titoli, era doubles vies) di olivier assayas. ho messo uno sopra l’altro houellbecq, lo scrittore del film e il protagonista del libro. il fortissimo sospetto che il nostro acidissimo houelly scriva della sua vita non riesco a togliermelo dalla testa. come non mi esce dalla testa che questo sia il libro che ha scritto più facilmente ritirando fuori i suoi cavalli di battaglia e rimanendo molto nel vago fino all’ultima pagina. libertà al lettore di chiudere da solo o continuare a pensare da solo.
lui è antisociale, evidentemente colto (o saccente), cinico e cattivo. lo sanno tutti e tutti devono continuare a crederlo. ma ci ride su.

l’animo romantico che si vede è lo stesso di quelli che hanno perso il grande amore della loro vita facendo una cazzata. e per la quasi totalità dei casi si scopre il grande amore solo quando lo si perde. sarò più cinica di lui.  

tutte le coppie hanno i loro piccoli riti, riti insignificanti, perfino un po’ ridicoli, di cui non parlano con nessuno.

e ciliegina ultima: non credo che rihanna avrebbe fatto sbarellare proust, a lui piacevano principesse.  

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l’avana, un delirio subtropicale di mark kurlansky

l'avanaconsigliato da augias e preso a scatola chiusa. una storia svelta e curiosa della città scritta da chi per trentacinque anni ci ha bazzicato. si legge rapido e per chi c’è stato (sempre troppo poco) innesca collegamenti con tutto quello che si è visto. c’è poco fidel e poco che, la politica è affrontata in maniera molto leggera, fin troppo. c’è tutta la mafia americana e le auto, il baseball e i cubani, quelli sì, tutti, coppelia indimenticabile, il malecon,  il papa, fragole e cioccolata e tutti gli autori che dopo cuba son passati anche davanti agli occhi che adesso scrivono. piacevole, da pennica su divano dopo le mangiate di natale. più intrigante per chi c’è stato, meno per chi la sogna come ultimo baluardo comunista.

il blog è poco scritto e poco movimentato. penso sia meglio chiudere un percorso e con lui il blog. mi piange il cuore, ma i tempi cambiano anche le persone, oltre a tutto il resto. non ha più grande senso mantenerlo in rianimazione, deserto e obsoleto.

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la vendetta del perdono di éric-emmanuel schmitt

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quattro racconti duri e bellissimi: le sorelle barbarin, madamina butterfly, la vendetta del perdono, disegnami un aereo. se avete caldo in questi giorni (io qui, ai confini dell’impero ho raggiunto la temperatura di fusione), sono i racconti giusti per regalarvi qualche brivido. di sangue non si legge ma ne scorre a fiumi, siete lettori che guardano dall’alto dentro stanze segrete delle famiglie. dove ci son le cose che non escono, quelle che son riparate e nascoste dai sorrisi di circostanza. tutti i racconti son centrati sulla famiglia, declinata sempre con diversa modalità. la vendetta come da definizione è un piatto che va servito freddo, agghiacciante. le sorelle barbarin son due gemelle che identiche hanno due vite opposte; madamina butterfly una mamma su cui è centrato tutto ma non sembra; la vendetta del perdono è il più duro: un’altra mamma che perde la figlia, uccisa; disegnami un aereo riallaccia (teorie e supposizioni ma verosimili) alla realtà dei tempi antoine de saint-exupéry e il piccolo principe. se non avete testa per roba lunga senza dover per forza buttarsi su volumetti inutili. poi andate a fare un bagno fra un racconto e l’altro e date una guardata al bagnino manzo che potrebbe essere vostro figlio, ma vi serve una botta di vita e pure quello va bene.

bisogna sempre aspettarsi il peggio: non delude mai.

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i formidabili frank di michael frank

tutti abbiamo una zi1527596008771_9788806232849_0_0_0_75 1a. anche se non certificata da legami di sangue, una zia c’è sempre. zia è una tipologia di persona: ti vizia, prima dice di no che la mamma e il papà non vogliono e poi ti fa fare o ti regala quello che vuoi, ti para i colpi e si prede la colpa. ti ama di un amore smisurato e riversa su di te ogni sua più ambiziosa aspettativa o prospettiva, ti fustiga per ogni errore che fai -tagli di capelli adolescenziali compresi-, è la peggiore critica di ogni nostro gesto, dalla facoltà secondo lei che hai preso ed è sbagliata (anche se poi piange quando ti nominano dottore con bacio accademico e lo racconta a tutto il suo giro di amiche per 20 anni), al tuo primo vassoio di biscotti che non sono usciti dal forno come sono usciti a lei negli ultimi 40 anni e ti brucia, ti disintegra con uno sguardo o un commento, poche parole, vetriolo puro, colata di cemento. ho avuto la fortuna di averne due così: la zia evelina (sorella della nonna wanda e altrettanto mitica) che ha aspettato che wojtyla se ne andasse per poter morire: “adesso posso morir anche mi”, pochi giorni dopo dello stesso anno dopo essersi nutrita nell’ultimo periodo solo di mousse proteica al cioccolato. amaro.

e ce ne sarebbe da scrivere sulla zia evelina.

l’altra vive a los angeles da 50 anni, è tornata spesso a trovarci, diverse volte son andata a trovarla anch’io. è una signora americana a 360° (nonostante si ostini a sbandierare la sua italianità molto sbiadita) che veleggia ben oltre gli 80, non più arzilla come un tempo ma con ancora visibile lo smalto di una volta.
quando ho iniziato a leggere i favolosi frank mi è venuto un colpo. hank, la zia ingombrante, inopportuna, arrogante e in carriera del libro e della vita dell’autore ha delle affinità pazzesche con la mia zia d’america.

mi sono immersa nelle pagine che lasciano in bocca l’amarezza delle storie vere, completamente, in qualche momento mi son sovrapposta al povero mike che alla fine com’è giusto sopravvive in ogni senso possibile alla zia. sarà che sullo sfondo LA si riconosce, si localizzano strade e si vedono i locali, le cameriere vestite di rosa con la brocca di caffè in una mano e un nome improbabile nell’altra. le case che attraversano con il loro stile i decenni, i giardino con l’erba tagliata ogni settimana dal giardiniere messicano, le piscine blu a forma di fagiolo, il BBQ,  sarà il ricordo di un quasi natale in california con decorazioni che mi facevano ridere e stupire dalla mattina alla sera per il loro essere perfettamente fuori sincrono meteorologico.

prendetevelo come libro da ombrellone, va bene. il colore del mare che avrete davanti magari non sarà come quella della piscina a forma di fagiolo di zia hank ma da lei, noi zie, abbiamo tutte da imparare, nel bene e male.