diario · libreria · libri di lettura · recensioni 2019

bobi bazlen (trieste 1902 – milano 1965)

vanno letti insieme, in successione contraria: il primo (saggio del 2019) completo e pieno di nomi, il secondo (romanzo di ricerca del 1983) criptico e solo con qualche traccia che ci basta a ricostruire il puzzle, mettendo in conto una sottile antipatia per il narratore.
se ne esce meno ignoranti e consapevoli di saperne sempre troppo poco, sempre. bobi bazlen è da conoscere. vien voglia di andare a trieste a cercare posti col terrore cieco di trovarci negozi anonimi che hanno cancellato epoche.
dal novembre 2017, solo adesso son riuscita a riprendere ritmi e gusti del leggere. troppo tempo. perso.

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l’avana, un delirio subtropicale di mark kurlansky

l'avanaconsigliato da augias e preso a scatola chiusa. una storia svelta e curiosa della città scritta da chi per trentacinque anni ci ha bazzicato. si legge rapido e per chi c’è stato (sempre troppo poco) innesca collegamenti con tutto quello che si è visto. c’è poco fidel e poco che, la politica è affrontata in maniera molto leggera, fin troppo. c’è tutta la mafia americana e le auto, il baseball e i cubani, quelli sì, tutti, coppelia indimenticabile, il malecon,  il papa, fragole e cioccolata e tutti gli autori che dopo cuba son passati anche davanti agli occhi che adesso scrivono. piacevole, da pennica su divano dopo le mangiate di natale. più intrigante per chi c’è stato, meno per chi la sogna come ultimo baluardo comunista.

il blog è poco scritto e poco movimentato. penso sia meglio chiudere un percorso e con lui il blog. mi piange il cuore, ma i tempi cambiano anche le persone, oltre a tutto il resto. non ha più grande senso mantenerlo in rianimazione, deserto e obsoleto.

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una vita come tante di hanya yanagihara

unavitacometantesono tornata a scrivere perché di capolavori non si scrive mai abbastanza e perché di capolavori non se ne scrivono  e non se ne leggono mai abbastanza.

quando ho incontrato il signor salani l’ho abbracciato stretto e l’ho ringraziato per harry potter. vorrei incontrare gli eredi sellerio e abbracciarli allo stesso modo: per jude, per jb, per malcolm e per willem ma di più per jude: centro di gravità di tutte le più di mille pagine. ho letto che un qualche critico ha dscritto che è raro sperare che un romanzo già così lungo possa durare ancora, per non uscire dalle loro vite aggiungo io. era da anni che non mi capitava di leggere un romanzo di questa potenza: respingente e irresistibile allo stesso modo, violento, romantico, doloroso e dolcissimo.

un capolavoro a 360°. la storia di 4 ragazzi che si incontrano adolescenti e diventano uomini di successo mantenendo i rapporti e variandoli, riducendoli al minimo ma senza mai chiuderli del tutto. per jude si piange, con jude si piange senza riuscire a condividere neanche un minimo di quella sofferenza perché (fortunatamente) non si sa cosa sia. l’intensità di una scrittura scorrevolissima non lascia scampo fino all’ultima pagina.

poi oltre, nei ringraziamenti, ho ancora avuto il bisogno di andare a cercare jude, ma non c’era già più. da un paio di giorni, dopo aver chiuso il libro con le lacrime agli occhi , sto vagando quasi persa con la testa in un appartamento a NY, immenso e lussuoso come il suo: grande e vuoto, con quadri bellissimi alle pareti e con i loro profumi che si mescolano ancora.

rientrerà di prepotenza nella mia top-ten di tutti i tempi e con tutta probabilità sarà uno dei pochi, pochissimi che rileggerò ancora una volta, insieme a la versione di barney e l’insostenibile leggerezza dell’essere.

c’erano tempi nei quali la pressione per conseguire la felicità era quasi opprimente, come se la felicità stessa fosse qualcosa che tutti dovevano e potevano ottenere, e piegarsi a compromessi fosse sempre e comunque una colpa.

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il corpo grande di francesca mazzucato -biografia non autorizzata di una modella oversize-

la vostra vita non diventerà più felice, più divertente, più di successo dopo che avrete perso dieci, venti o trenta chili. perché i chili non sono il problema. il vostro modo di pensare lo è. la felicità non c’entra con la dieta. la felicità è trovare quello che amate di voi, veramente, e condividerlo con gli altri, la felicità è un santuario interiore dove voi siete abbastanza così come siete proprio ora.

mazzucato3non è un libro facile. alzino la mano quelle fortunate che non hanno mai avuto problemi legati all’alimentazione o al rapporto con il proprio corpo o dovuti a come percepiscono gli altri il nostro corpo. per quanto mi riguarda li ho sempre avuti, probabilmente sempre li avrò anche se non peso neanche 52 kg su 151 cm. sta tutto nella nostra testa, questo è il segreto di pulcinella, nel come ci vediamo noi. fosse facile, il riflesso nello specchio non è mai oggettivo: passa attraverso il filtro dei nostri occhi che ci dice come vorremo essere e, ghignando, ci urla come mai saremo. seguo francesca su fb da molto, il suo è uno degli account che vado a cercare se non mi si presenta sul wall. la trovo stupenda, profonda, di una sensibilità rara che combacia in diversi punti con la mia indole, tocca corde che fanno muovere una parte di me che però volevo stesse buona, quasi morta, perché mi infastidisce e mi spaventa farci i conti… ma alla fine, sebbene doloroso fin quasi all’atrocità, è sempre una cosa buona. e infatti ho iniziato a legger il grande corpo appena trovato in una bella libreria di la spezia e sospeso subito dopo, perché leggere delle prese in giro subite durante un’adolescenza da dimenticare mi ha scaraventata in anni in cui pesavo 15kg di più e mi chiamavano pallina. tutto quello che adesso si chiama bullismo, una volta era solo simpatia o “lasciali perdere”.  domenica scorsa l’ho ripreso in mano e finito di volata. si cresce, si cerca di metter in ordine cose, ogni tanto ci si obbliga a scendere i gradini scivolosi della nostra cantina segreta o ci si costringe ad uscire nonostante sia una notte di quelle buie senza luna e stelle e paurose. il libro dice questo (a me) e non è la gestione del peso, della fisicità: è l’accettazione di quello che siamo, anche se siamo delle persone di merda (e io so di esserlo alla grande tante ma tante volte), è il guardarsi fisse negli occhi allo specchio e dirsi che si va bene lo stesso perché si va bene a noi. ma come l’ha detto francesca è meglio. ha detto anche di prendere la mira e andare dritte al centro di quello che si vuole, rimboccarsi le maniche e prendere al volo l’eventuale botta di culo che passa a tiro, perché il più delle volte siamo così sicure di non esser abbastanza, di non piacere, di non valere da non accorgerci neanche di quelli che ci dicono il contrario, da quelli che ti vogliono in senso positivo e appagante.

la postfazione di elisa manici merita l’attenzione e la cura nel leggere, che è stata destinata al corpo grande.

[…] il rifiuto del cibo, la perdita di peso, la capacità di sopportare il dolore e l’esaurimento fisico sono divenuti le metafore culturali dell’autodeterminazione e della fermezza morale

elisa manici

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il filo del rasoio di w. somerset maugham

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faccio la segretaria da vent’anni, caro signore, e la mia regola è sempre stata quella di credere tutte le persone che m’impiegano, pure come la neve appena caduta. ammetterò che quando una delle mie signore scoprì che aspettava un bambino da tre mesi, mentre il signore era a caccia di leoni da sei, la mia fede fu messa a dura prova. ma la signora fece un viaggetto a parigi, un viaggio molto costoso, le dirò, e tutto tornò a posto. la signora e io fummo molto sollevate.

qualcuno mi ha fatto ricordare che il filo del rasoio l’aveva consigliato libero marsell l’anno scorso attraversando il marais e le pagine di atti osceni in luogo privato. se conoscete libero marsell sapete di che cosa si parla, altrimenti avete l’estate per preparare l’esame di riparazione a settembre, è uno degli obbligatori contemporanei. atti osceni in luogo privato è obbligatorio contemporaneo che vi regala lista di quello che è indispensabile leggere/vedere e vi fa cadere fra le braccia dell’infinito somerset maugham.

il filo del rasoio è stato scritto nel 1944. l’ho letto d’un fiato, al sole, in costume a righe, con un cappellone extra large a righe, occhiali neri e barche a vela che partivano oltre il profilo delle mie lenti scure, perché l’indomani la bora sarebbe andata a 50 nodi. e con vento a 50 nodi e mare a seguire, si muove solo quello che vogliono loro due.finito questo ho iniziato, tre minuti dopo, acque morte, con la speranza di non subire nessuna interruzione per stile, clima, percezioni e brividi.

isabel (fanciulla americana di belle speranze) e larry (aviere sopravvissuto alla prima guerra mondiale) son sposi promessi. somerset maugham racconta la loro storia da spettatore. due anime nelle pagine: una è larry, indimenticabile per profondità e incertezze; l’altra è eliott (zio di isabel) dandy, frivolo, fedele a se stesso fino all’ultimo sospiro, deus ex machina. intorno una galleria perfetta di uomini e donne che alternano profondità e leggerezza, passioni e patemi, miserie e apparenze, sarcasmo e verità. dall’america -dopo il 1929- parigi si fa più presente, ma è una tappa per andare in india o sulla riviera francese e poi tornare a bere cocktail al ritz. non vi dico altro ma, fidatevi, è strepitoso.

– senza dubbio è più facile sopportare la rovina in un appartamento lussuoso, in un quartiere elegante, con un maggiordomo in gamba e una cuoca eccellente, tutto gratis,e quando, per giunta, ci si può coprire le ossa spolpate con un abito… chanel, mi pare?
– lanvin, – mi corresse ridendo isabel.